Parlare con chiarezza e rispetto

Potresti scoprire che parlare con chiarezza e rispetto significa non solo comunicare meglio, ma anche ricevere meno lamentele se qualcosa non va per il verso giusto.

Dove è in gioco la relazione, qualche parola in più non guasta mai. Anche per semplici informazioni di servizio dove ce la potremmo cavare con il minimo di parole.

Tratto da Il mestiere di scrivere di Luisa Carrada.

Il post intero merita una lettura.

La mattina

La sveglia suona alle 6.45. Non è né presto né tardi, ma tocca alzarsi.

Ci sono le colazioni da preparare e due ragazzi da tirare giù dal letto, niente di trascendentale, ma bisogna farlo prima che sia tardi, prima che non riescano a mangiare abbastanza o a lavarsi i denti. Prima che arrivi lo scuolabus, prima che suoni la campanella.

Bisogna fare prima che sia tardi per fare la doccia che poi si perde il treno, prima che sia troppo tardi per uscire che siamo in due, uno prende il treno, e l’altra la macchina, e se si esce troppo tardi poi il traffico inghiotte i pochi minuti residui.

Sul treno, che è un treno di quelli che solo in Italia si chiamano treni, siamo in tanti, talvolta che in troppi, alcuni più di quanto sia ragionevole. No, non ci si siede, ma il tragitto è relativamente breve. D’estate fa troppo freddo, o troppo caldo, d’inverno uguale.

La perversione di scegliere sempre il modo peggiore per scontentare un po’ tutti.

Il treno

Prendo spesso il treno. Salgo sui treni lenti, costano meno e arrivano lo stesso.

Che poi io non ce l’ho mai un posto dove arrivare, non uno preciso intendo.

Mi piace mescolarmi ai pendolari, agli studenti. Sui treni lenti ci sono vite vere.

Gli studenti, i pendolari, i manager poveri. C’è un sacco di gente che si muove. Io faccio sempre il tragitto più lungo, da solo.

Vedo sempre quelli che salgono, quelli che scendono.

Sui treni lenti a lunga percorrenza le persone, di solito, fanno tratte brevi.

Io invece faccio le tratte lunghe, ascolto, imparo, ci sono un sacco di vite, un sacco di storie.

Le persone parlano volentieri di sé. Io no, io non parlo mai con nessuno, io ascolto le conversazioni degli altri, mi serve.

Per esempio oggi Sara ha raccontato al suo collega del noiosissimo convegno a cui avrebbe dovuto assistere, luogo, ora.

E’ stato un gioco da ragazzi precederla, e il vicolo era perfetto.

Mi ha guardato con la faccia di chi, stupito, vede qualcuno a cui non sa attribuire un nome. Il mio nome Sara non lo sapeva.

Non ha urlato, ho stretto forte, si è afflosciata subito.

E poi in piazza, il cappuccino, era formidabile.

Mi piace prendere il treno, dopo, con calma.

Dopo l’ora dei pendolari i treni circolano quasi vuoti, c’è tempo di guardare il panorama.

Che poi io non ce l’ho mai un posto dove arrivare, non uno preciso intendo.

 

prove tecniche di trasmissione

siccome c’è una utility che mi sembra carina che si chiama Marsedit e che sto provando allora sto post qui non è che dice proprio delle robe di quelle epocali.

Se funziona, sul treno ho risolto 🙂

L’unica porta per uscire (una storia vera)

Non era un bel periodo.

Avevo perso.

Dire che avevo perso tutto probabilmente è solo un po’ riduttivo.

La cosa peggiore che può capitare è accorgersene quando da una situazione normale, strutturata e con buone prospettive ti trovi col culo per terra, senza soluzione di continuità.

Ero col culo per terra, senza soluzione di continuità.

Stavo provando a fare il giovane, ma la mia biografia non mi aiutava. In quei panni stavo stretto, e la cosa mi era evidente. Vivevo una vita strana, una sorta di mondo parallelo, è strano avere tempo mentre tutti gli altri lavorano, è strano avere tempo per pensare perchè non c’è nulla da fare. A me è capitato. Mi è stato utile.

Era una mattina di luglio, non faceva nemmeno troppo caldo, ero al parco e stavo leggendo. Senza lavoro e senza voglia di fare nulla per procurarmelo era la cosa migliore da fare. Leggevo un libro di quelli che avevo già letto, conoscevo la storia, era rincuorante.

Ero li, seduto su una panchina, al sole. Dietro di me i cespugli, una di quelle siepi che ci sono nei parchi, intorno a me nessuno. In lontananza un’anziano con la bici, era appena passata una ragazza che faceva jogging.

Ho sentito un rumore dietro di me. Sono usciti dalla siepe 7 nani, sette. Erano in fila, con un sacco di juta ciascuno, portavano le castagne. Tutti con il sacco tranne l’ultimo. L’ultimo non aveva il sacco, aveva una manciata di castagne.

Si ferma e mi guarda.

Me ne offre una. Proprio così, allunga le mani che reggevano le castagne e mi dice: “prendi una castagna, portano fortuna”. Ho avuto paura, una paura profonda, quella che ti prende dentro, ti gela lo stomaco, ti impedisce di pensare, e di agire. Era terrore, non riuscivo a pensare, non riuscivo a capire, non sapevo cosa fare. Ho rifiutato. Lui ha insistito: “prendine una, portano fortuna”, non ce l’ho fatta. Allora il nano si è voltato, è andato via, ha raggiunto gli altri, trotterellando. Ci ho ripensato mille volte. Io dico 7 nani, in realtà erano dei bambini, a vederli potevano avere 7, 8 anni. Ma erano soli, ho guardato finchè non sono spariti dietro una curva, li nel parco. Sette bambini soli in fila indiana, con i sacchi di juta sulle spalle.

Mi dispiace non avere preso quella castagna, mi dispiace davvero. E’ stato come rifiutare un appuntamento con il destino.

Ma tutto sommato, forse, avevo trovato l’uscita.

Dialogo tra un itinerante ed un autoctono. L’autoctono e’ fermo, l’itinerante itinera.

Stavo scendendo, era una specie di dirupo. Mi sembrava che il sentiero fosse segnato. Non lo vedo piu’, il sentiero intendo Non lo vedo piu’, solo ciotoli ripidi. Sono passato in una specie di gola stretta Ho visto il dirupo, ma sono stato attento, non sono mica caduto. Solo che adesso non so bene. La gola si trasforma, vedo una grotta. Bella questa grotta, ci sono le stalattiti e le stalagmiti Dove l’ho sentita questa delle stalattiti? Non mi ricordo Non mi ricordo nemmeno perche’ mi affanno. Sto camminando su un sentiero pieno di ciotoli ripidi sono passato in una specie di gola stretta Ho visto il dirupo, ma sono stato attento, non sono caduto. Ma possibile che non trovo una via d’uscita? Insomma io son bravo, disponibile, ho studiato Mi metto a Vs disposizione, in attesa di Vs cortese riscontro Compro anche la cravatta Allora, ricapitoliamo Sto camminando e’ tanto che cammino E qui c’e’ pieno di ciotoli ripidi Sono passato da una specie di gola stretta Ho visto anche il dirupo, ma non sono mica caduto

Ma scusa cosa sei venuto a fare?

Ah non saprei, mi hanno detto che bisognava trovare un sistema “Bisogna che studi, che ti trovi un lavoro come si deve, e dopo metti su famiglia a modino”

E poi?

E poi niente, studiare ho studiato e dopo una mattina niente una mattina son venuto qui che ero adulto pronto per una bella passeggiata da solo

Ah e adesso?

Eh adesso… adesso cammino, c’e’ pieno di ciotoli, ripidi, qui e c’e’ anche il dirupo ma io sono stato attento, non sono mica caduto Pero’ non mi ricordo dove avevo deciso di andare e poi Qui c’e’ i ciotoli ripidi e io non trovo piu’ il sentiero Che poi a me mi piace uscire dal sentiero massi’ arrampicarmi un po’ anche per farmi vedere sai le ragazze… Tanto poi il sentiero e’ li io uscire esco e anche se non torno lo vedo dove porta il sentiero e io posso sempre decidere di andare da un’altra parte

Ah e adesso non c’e’ il sentiero?

Macche’ e guarda che ho cercato bene ho guardato sotto i sassi grandi sono salito sulle rocce ho anche provato con il binocolo niente

E adesso?

Adesso… adesso vado avanti c’e’ pieno di ciotoli ripidi qui c’e’ anche il dirupo ma io sono stato attento non sono mica caduto

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La lettura

ho sentito parlare di responsabilita’ della scrittura.
Ho letto di scrittura che cerca risposte, e forse non le trova.
Ho ritrovato tutta la contemplazione del mio limite, forse anche del tuo, limite.
Ho un grande bisogno di contemplarlo.
Scopro,ogni giorno di piu’, che ho sorvolato molte essenze, fermandomi con frequenza al limitare delle profondita’. Profondita’, forse baratri, che oggi appaiono, si snodano, si palesano.
E’ certo che ho vissuto e sto vivendo, la mia forza si fa di giorno in giorno, di giorno in giorno.
La lettura e’ un nutrimento, intellettuale, morale. Mi lascia intravedere, mi ricorda che sono e, talvolta, vagheggia chi sono.

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Sono passabilmente soddisfatto , non felice, soltanto quando sono solo. Non è misantropia, è orrore di dover dare spiegazioni. Decido di non dare più spiegazioni. Ennio Flaiano